E se Dante fosse stato un copywriter?

Spesso, mentre scrivevo testi per siti web o articoli per blog seguendo i diktat del mestiere mi domandavo: e se Dante fosse stato un copywriter? La risposta più spontanea che mi saltava in mente era che se il sommo poeta fosse stato un collega sarebbe stato senz’altro il migliore di tutti, a tal punto che il patron di Google gli avrebbe riservato un riconoscimento speciale. Dico questo non perché Dante è da sempre associato all’eccellenza o perché la Divina Commedia, così come il De Vulgari Eloquentia e il Convivio, sono opere di irraggiungibile perfezione, la mia considerazione nasce da un parallelismo tra i requisiti dettati da Google per i testi destinati al Web e lo stile dantesco.

Per scrivere contenuti web di qualità un buon copywriter deve riuscire a soddisfare le esigenze e aspettative di due severi destinatari: il lettore e il motore di ricerca (in questo caso prendiamo Google). Se soddisfatti, il primo in cambio ci darà la sua attenzione e fedeltà, il secondo ci premierà con un po’ di notorietà (sì, stiamo parlando di posizionamento).

Lettore e Google hanno esigenze differenti. Il lettore non ama articoli troppo lunghi, è generalmente sbrigativo, scorre le pagine “a colpo d’occhio” (ecco il motivo dei Google feature), vuole trovare subito la risposta senza annoiarsi. Il lettore cerca nel sito credibilità, serietà e informazioni precise. Spesso la ricerca nasce da una domanda e noi quest’ultima dovremmo riuscire ad intuirla.

Google è più preciso, è metodico e detta leggi meno istintive, è attento ai dettagli. Anche il motore di ricerca non ama i testi troppo lunghi ma allo stesso tempo vuole che l’argomento venga sviscerato, che riesca a rispondere a più domande. Google premia testi autorevoli, chiari e originali. Dal punto di vista strutturale non ama i “Wall of text”, i muri di testi, ma ama i paragrafi e la razionale organizzazione degli argomenti. Frasi brevi e incisive. Non manca la severità nell’analisi semantica perché Google sta imparando sempre più sia l’italiano scritto sia quello colloquiale, ecco quindi che premia la ricchezza semantica, i sinonimi e il linguaggio ricco.

Arriviamo a Dante. La Divina Commedia è la massima espressione del plurilinguismo dantesco, della sua incredibile ricchezza sia lessicale che morfologica, il suo linguaggio è essenziale non eccede mai in subordinate superflue ma riesce comunque a dare prova di un vocabolario oltre il normale. Allo stesso tempo è una lettura alla portata di tutti, è lingua volgare non latino ad appannaggio di pochi. Anche le allegorie vanno dritte al punto, sono imparziali tanto da diventare fotografia di una realtà nuda e cruda. La struttura della Commedia è razionale a tal punto da sfiorare la logica matematica, per questo è impossibile perdersi tra i versi; se cerchi il passo di Paolo e Francesca sicuramente in due minuti sapresti trovarlo, Inferno – Canto V – II cerchio: i lussuriosi. Dante è riuscito a inserire un’infinità di informazioni in un solo testo senza cadere nell’eccessivo, tanto da diventare manuale di astronomia, di storia, di religione, di politica e di linguistica in un solo testo.

Se Dante e Google si fossero incontrati, anche il web oggi sarebbe una storia diversa.

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